No, non ho bevuto stamattina – anche se tenere le papille gustative sempre in allenamento è fondamentale.
Da un po’ di tempo ci raccontano che le giovani generazioni mostrano una certa disaffezione nei confronti del vino.
Da un po’ di tempo, quando mi raccontano che i “Late Millennials” e gli “Early Gen Z” – in soldoni la fascia d’età compresa tra i 20 ed i 30 anni – non bevono vino, me la rido…e parecchio.
Ho una sorella Zoomer e non posso certo negare che il suo attuale consumo di vino sia limitato, come lo è quello della maggior parte dei suoi coetanei.
Io, invece, sono una Millennial anziana, ma se penso ai miei 20 anni, così come ai miei 30, mi pare che la storia sia in loop: nella mia comitiva di amici storici – una ventina di “ragazzotti veneti medi” – sono l’unica che ha sempre consumato soprattutto vino, mentre gli altri ordinavano fiumi di birra e “shottini”.
I miei genitori sono entrambi dei Baby Boomers: anche loro appassionatissimi consumatori di vino, ma dai 40 in poi.
Quindi, cosa c’è di nuovo nel dire che i giovani non bevono vino? La novità sta forse nel fatto che una contrazione dei consumi c’è, è reale ed è quella legata alla perdita di potere d’acquisto della classe media e alla maggiore attenzione al benessere ed al salutismo del consumatore medio.
Ed ecco che, non potendo incidere direttamente sulle conseguenze della crisi geopolitica ed economica globale e tanto meno sulla svolta salutistica dei consumi, vorremmo recuperare quote di mercato vendendo il vino ai giovani – questa è la vera novità – ma chissà perché, questa cosa non ci riesce.
E quindi: buttiamoci a capofitto nei vini no/low o diversifichiamo e cominciamo tutti a produrre kombucha (che adoro, ndr).
Ora, a questo punto del discorso solitamente io mi “inalbero”, ma oggi – per te e solo per te – cercherò di essere professionale e darmi un tono. Ti sei mai chiestə “perché” non riusciamo a vendere il vino ai giovani? No, il problema non sta nel “cosa”, ma nel “come”. E te lo dimostro subito, citando Giancarlo Gariglio: “Il vino è un prodotto della terra. Mi pare che sia di un’attualità incredibile. Quanto è più affascinante ed ecologicamente vicina alle nuove generazioni la coltivazione dell’uva rispetto alla produzione di un super alcolico o di una birra industriale?”
Il grosso della questione sta nella comunicazione; e non lo dico (solo) io! Per continuare con Gariglio: “Dobbiamo imprimere una profonda sterzata al modo di comunicare il vino, che appare, al momento, un prodotto per vecchi benestanti, nulla di più lontano dall’immaginario dei giovani che stanno diventando uomini e donne. Utilizziamo un linguaggio paludato, noioso, pomposo in modo inutile, verboso, che rende una materia stuzzicante e intrigante più pesante di un macigno”.
Cosa significa? Significa che dobbiamo tornare a mostrare al nostro pubblico quello che il pubblico stesso può trovare affascinante, coinvolgente, rilevante nel vino: e no, non è (più) la tecnica.
Quindi, ti lascio con una domanda: cos’ha il tuo vino di giovane da raccontare? Leggo volentieri le tue riflessioni nei commenti.