AD ASPETTARE CHE SIANO GLI ALTRI A CAMBIARE, FINISCE CHE RIMANI FREGATO.

Non ripeterò quello che ormai avete letto ovunque in merito alle ultime fiere di Aprile, anche perché voci ben più autorevoli della mia hanno già sviluppato analisi, soppesato dati ed interpretato sentiment che nemmeno uno psicologo “pluristudiato” avrebbe saputo analizzare così bene.

Quindi oggi userò questo social per lamentarmi. Poi, però, vi svelerò anche come vi sareste potuti evitare le mie lamentele, così magari per il prossimo anno arrivate preparati 😬.

Ho fatto la pendolare tra à #Summa, #Vinnatur, #Vinitaly e #ViniVeri, con grande entusiasmo e curiosità, senza pregiudizi o preferenze e devo dire che: MI SONO ANNOIATA A MORTE! E non parlo dei vini, ma di tutto il resto!

È la prima volta che mi succedere e quindi mi sono presa qualche giorno per riflettere su cosa mi abbia procurato questo senso di noia.

È vero: le fiere – e le manifestazioni del vino più in generale, direi – devono aggiornarsi, ideare nuovi format, sviluppare concept originali, ritornare ad essere al passo coi tempi , idealmente,  anticipare tendenze. Quanto tempo ci vorrà ? Ancora molto. Nel frattempo, però, il mondo va avanti, il mercato evolve, la crisi incalza. E io mi annoio 😅

Quindi, il vignaiolo intelligente che fa? O sceglie di non partecipare più a quelle manifestazioni che non rispondono alle sue esigenze o continua a presenziare, ma con delle modalità diverse.

Badate bene: per “modalità diverse” non intendo chissà quali trovate di marketing! Intendo: rispondere proattivamente  a quello che il mercato richiede.

Sono almeno 15 anni che bazzico il mondo del vino e non ne posso più di sentire: questo è il nostro Montepulciano d’ ingresso, da vigne giovani, vinificato in acciaio a temperatura controllata con lieviti indigeni. Al naso si sentono la prugna matura e la ciliegia, in bocca è tannico ma vellutato.

Mi sto già annoiando. E al banchetto o stand successivo mi sarò già dimenticata di te e del tuo vino.

Raccontarsi in modo diverso è il primo passo per avvicinarci a quelle che sono le attuali richieste del mercato: il consumatore di oggi nel calice cerca partecipazione, coinvolgimento, emozione. Non cerca un liquido da fermentazione alcolica di mosto, ma un’esperienza. E lo cerca non solo quando ci visita in cantina, ma anche ad un banco di assaggio, durante una serata, al ristorante.

In questi giorni di fiera, avrei voluto sentire racconti come questi:

“Quando dieci anni fa ho rilevato le vigne del nonno, il mio sogno era quello di portare un po’ di mondo nella mia Valpolicella. Non il mondo enologico, i grandi terroir internazionali, ma il mondo che ho conosciuto nei miei viaggi: il parlare fitto fitto di Parigi, gli spazi sconfinati del Canada più selvaggio, l’allure cosmopolita di Amburgo.

A Parigi ho dedicato il mio Valpolicella doc: un vino da chiacchiere spensierate. Amburgo la ritrovo nel mio Ripasso, sofisticato ed austero. Con un sorso del mio Amarone puoi partire per un viaggio dei sensi e perderti nel susseguirsi di profumi e sensazioni, come accade quando attraversi la regione dei laghi canadese.”

Oppure:

“ Secondo me, la Valtellina, va raccontata per altitutidini. Partendo dalle quote più basse per sorseggiare il frutto, fino ad arrivare in altura, dove si mescolano sudore, estremismo ed eleganza.

Anche versanti ed esposizioni marcano profondamente i miei vini. Ci trovo dentro tutte le stagioni dell’anno: i fiori primaverili in alcuni appezzamenti, la frutta estiva matura e succosa in altri. Il profumo del sottobosco che si inumidisce e raffredda in autunno nelle esposizioni a nord-est e l’acidità spinta dei primi agrumi invernali in quelle di nord-ovest.”

Difficile esprimersi così? Non credo! Ci sono riuscita io, che non ho nemmeno mezzo ettaro di vigna (sigh)!

Se tutti i vignaioli iniziassero a raccontarsi diversamente, non pensate che le fiere stesse finirebbero per organizzarsi ed offrire un’esperienza di fruizione della manifestazione completamente diversa? Eventi immersivi, plurisensoriali, spazi espositivi fluidi e condivisi, in cui narrazioni diverse si fondono e completano.

Il settore non sono le fiere, i mercati internazionali, la politica – o perlomeno: non solo! Il settore del vino, innanzitutto, siamo noi – produttori, operatori e consumatori. Ed è da noi che deve partire il cambiamento che vogliamo poi vedere riflesso ai piani alti!

Per questo, metto a disposizione la sezione commenti sotto questo articolo per esperimenti narrativi di vignaioli coraggiosi, che volessero cimentarsi con una prova di narrativa fuori dai soliti schemi.

Dai, fatemi divertireeeeeeeeee!

Lascia un commento